
La mia automobile non è nuova. Ha percorso centocinquantaduemila chilometri, ma in realtà per mesi il contachilometri è stato guasto e io non l’ho riparato. Per lassismo.
Adesso funziona, quindi ad occhio ne avrà fatti un bel po’ di più.
Non è nemmeno veloce, né pulita, e tantomeno prestativa. Sovente mi sollecita costosi interventi, manutenzione e cura degna di miglior proprietario e di miglior macchina.
La tratto come fosse la mia stanza. Un volantino lasciato nel sedile di dietro, spicci qua e là per i lavatori di vetri, calzari per entrare a bordo vasca con le scarpe, un bidoncino per l’acqua portatomi da mio fratello sei anni fa, quando rimasi in panne in favorita, sei multe, ventisei cd, due occhiali da sole, un occhialetto per i film in 3d, palette, pull boy e pinne.
C’è la mia vita insomma, e io non voglio sistemarla. Non posso, oserei dire.
E non posso nemmeno mettere ordine nel porta bagagli, anche per non contraddirne la definizione. Porta i bagagli, quindi la borsa della piscina, tre ombrelli fuori corso, il poggia testa del passeggero, magliette taglie conformate, la dichiarazione dei redditi del 2001, una confezione di olio per i freni, mio cugino Marcello.
È la mia automobile, mica Carla Bruni, va bene così com’è.
Eppure non finisce di stupirmi.
Lei lo sente che le voglio bene, che la difendo dalle calunnie, che a modo mio non le faccio mai mancare acqua per il radiatore e il parabrezza.
Quando, due anni fa, discutevo con Barbara se prendere una Yaris di terza mano, lei lo percepì, scaricò la batteria, invertì caldo e freddo nel condizionatore e attivò lo spruzzo dell’acqua saponata del parabrezza ad ogni curva pericolosa.
Ci volle tutto il mio tatto per convincerla che di proposito infausto trattavasi, che mai l’avrei barattata per una tinta zoccola Yaris, che i suoi pistoni mi facevano lo stesso effetto della prima volta.
Fu di nuovo idillio, fino all’altro giorno.
Tornavo dal lavoro, verso casa, pensando a delusioni, a grandi imprese, tipo Lucio Dalla.
Lei conosce la strada quanto me, così a volte la lascio fare. Nel senso che io sogno ad occhi aperti, vago con la fantasia, e lei mi porta a destinazione, con velocità di crociera, frenate, precedenze e frecce messe al punto giusto.
Solo che quel pomeriggio girò in Via Piccolomini, la traversa prima di via dei Bergozi, la nostra. Essendo ancora immerso nell’immagine onirica del mio principale che lavava i piatti della mia cucina, non mi accorsi dell’anomalia. Fino a quando non mi ritrovai a posteggiare in Via dei Salamelecchi. Proprio davanti allo studio del mio commercialista.
Non capivo.
Avevo consegnato tutta la documentazione al professionista dell’elusione proprio il giorno prima. Che dovevo farci ancora dal dottor Santommaso?
Provai a rimettere in moto, dopo avere posteggiato mio malgrado nel primo spazio utile.
Niente.
La Lancia non voleva saperne di mettersi in resta, per così dire. Non un gracchio, un singulto di motore affaticato, uno scaracchio che testimoniasse lo scorrere della vita nei circuiti. Scesi dall’auto contrariato. Perché rifiutarsi in questo modo di compiere il proprio dovere, pensai? Eppure quel pensiero, l’accostamento della parola dovere unita al mio commercialista mi provocò un leggero senso di disagio.
Salii al piano ammezzato e chiesi alla segretaria piacente di farmi ricevere da Santommaso. Gli parlai, ammisi di avere omesso un paio di collaborazioni professionali nell’ultima consegna di materiale utile al mio setteequaranta, mostrandomi sinceramente pentito e contrito. Lui mi assolse, come un parroco di campagna, e disse che comunque eravamo in tempo utile per presentare il tutto prima della scadenza.
Scesi dallo studio alleggerito, nello spirito e, idealmente, anche nel conto in banca.
Non ero il tipo di omettere denuncie, e non avrei cominciato quell’anno.
Non mi fermai a riflettere sul perché e percome mi fossi trovato proprio dal mio commercialista in quel momento. Lo attribuì ad un rigurgito di senso di colpa in zona cesarini, meglio tardi que mas.
Salii in macchina, indeciso sul da farsi. Che farne della capricciosa automobile, qualora perpetuasse nell’intento di non schiodarsi dal parcheggio?
Eppure così non fu. Una girata di chiave, un rumore familiare, ciak, motore, azione.
Allora quando vuoi sai fare il tuo dovere, vecchia carcassa!
Mi avviai verso casa, immerso nei miei pensieri.
Mentre immaginavo Mourinho arrestato dalla guardia di finanza per sfruttamento della prostituzione, violenza su minori, alterazione di cibi, procurato allarme, importazione di capitali e sosta vietata, mi ritrovai indebitamente in via dell’Olmo Gigante. Proprio davanti al civico 19.
Ovvero l’abitazione a me assai nota di Monica.
Mi prese il panico. Perché avrei dovuto ricalpestare il luogo del delitto?
Errori che Freud chiamava atti inconsci voluti, ma che in quel momento avrei volentieri lasciato agli specialisti.
Attivai il motorino di avviamento, e per la seconda volta in pochi minuti la macchina mi voltò le spalle.
Niente da fare, un silenzio imbarazzante, come uno studente brocco agli esami di maturità. Soffocai la tentazione di prendere a calci automobile, cerchioni, sportello anteriore sinistro, sportello anteriore destro, battistrada e luci anabbaglianti, e rimasi fermo come Muslera.
Via dell’Olmo gigante non offriva grandi possibilità per chi volesse darsi aiuto. Uno stradone di periferia con alti palazzi uguali e gente che si fa gli affari propri.
E io fermo davanti casa della donna abbandonata solo quindici giorni addietro, in modo subdolo e meschino.
Volevo piangere.
Con la testa tra le mani e sul volante forse avevo cominciato a farlo, quando il mio nome chiamato a voce alta mi fece sobbalzare.
Monica mi guardava da fuori l’abitacolo con l’aria di chi ha visto D’Alema bussargli alla porta. Ovvero con un misto di stupore, imbarazzo, contentezza e repulsione.
In parti uguali.
Riuscii ad articolare mezza frase di senso compiuto, prima che lei mi saltasse al collo, dicendo che non aspettava altro che questo gesto di perdono da parte mia, l’andata a Canossa che avrebbe sistemato la nostra storia malandata.
Mi perdonava, disse proprio così, per quello che avevo fatto, purché, ovviamente non si fosse mai ripetuto e da allora la nostra storia avrebbe di nuovo preso il volo.
Si mise a piangere commossa, e mi lasciò rimandando all’indomani la nostra nuova e feconda convivenza.
Non so se disse proprio feconda o seconda, visto che ne avevamo alle spalle una prima.
Ad ogni modo, prima o feconda che fosse, mi lasciò basito da solo, travolto dagli eventi e dalla batteria scarica.
O quella che credevo io fosse una batteria scarica. Perché anche questa volta, espletato il compito, la Lancia fece quello che devono fare le automobili. Camminò.
Due indizi non facevano ancora una prova, ma quelle visite non programmate mi diedero da pensare.
Mi appariva chiaro come la mia automobile facesse un po’ come la casa delle libertà, come cazzo gli pareva. Andava in luoghi a lei conosciuti, ma da me non richiesti.
Le mancava la parola, ma a modo suo stava dicendomi qualcosa.
Ci mancava solo questa, la macchina con l’anima.
Per la terza volta cercai di imboccare il tragitto corretto, stavolta senza digressioni mentali che favorivano la distrazione. Ma anche quella volta non ci fu verso.
In breve mi ritrovai per una selva oscura che la diritta via era smarrita.
Stavolta dal mio salumiere, giusto colui il quale avanzava una bella cifra in arretrati alimentari. Voleva pagati da me gli alimenti senza nemmeno essersi concesso in senso biblico. E pure lì, dinnanzi al salumiere ingordo, identica pantomima. Motore spento, silenzio in sala, nessun segno di vita apparente.
Ma che cazzo vuoi da me, macchina maledetta? Mi porti a casa e ne parliamo con calma, magari davanti ad un paio di bicchieri di olio dei freni?
Rien a fare, dovevo saldare il conto con il salumiere e con la mia coscienza, ormai era chiaro.
Lo scenario era evidente. Chissà perché la Lancia Ipsilon aveva stabilito di dovermi fare chiudere le pendenze in corso. Entrai, mi prostrai, pagai il dovuto e tornai al veicolo bacchettone, con una punta di rabbia. Non che non avesse la sua parte di ragione, ma il fatto di dovermi fare comandare da un catorcio dagli ammortizzatori farlocchi, mi mandava al manicomio.
Ma poi cos’era tutto questo salire in cattedra? Ti sei dimenticata di quante ne abbiamo combinate insieme? Quando ho lasciato Monica di notte in una strada di campagna dopo un litigio furioso, mica hai azzerato la batteria, e ora che vuoi? È proprio tuta colpa mia?
Diavolo di una macchina, perché non torni ad occuparti di spie e testate?
Alla fine a casa ci arrivai, ma per i giorni successivi fu un continuo di percorsi decisi unilateralmente, a prescindere dalle mie volontà.
In una settimana andai a trovare mia nonna al cimitero dopo sette anni, alla posta a pagare le multe collezionate, mi portò perfino a casa dell’ex portiera dello stabile di casa mia, alla quale lasciai un cospicuo assegno, nel dubbio, remoto, che la sua figlia più piccola potesse essere sangue del mio sangue. Ma per la Lancia non ci fu spazio per alcuna discussione. Non mi aprì nemmeno la portiera finché non fu certa che avessi saldato l’altra portiera.
Fu un periodo duro, per la coscienza ripulita e per il conto in banca.
In compenso la mia Lancia Ipsilon brillava di luce propria. Sembrava nuova, si metteva in ordine da sola, voleva appena un ventino di euro alla settimana, e a volte nemmeno quelli.
Vivemmo in simbiosi, l’uno per l’altra. Lei sceglieva i miei amici, gestiva i miei appuntamenti, interferiva persino sul mio modo di vestire.
Come quando non volle portarmi al funerale del padre di un mio amico fino a che non mi misi giacca e cravatta.
Poi un giorno mi lasciò, abbandonandomi senza un perché.
Nel parcheggio trovai solo la sua marmitta, l’unica cosa che volle lasciarmi di se.
Mi piace pensarla con un nuovo proprietario, intenta a migliorare anche lui, e, a poco a poco, questo mondo.
Ammortizzatori permettendo.