Racconti, storie e quant'altro

Scriviamo perchè la vita non basta (F. Pessoa)

Un’estate a Palermo

Scritto da: m.pomar il 1 Giugno 2011

Copertina UN'ESTATE A PALERMO

Siamo in otto: Gianfranco, Vincenzo, Rossella, Maria Adele, Elena, Beatrice, Martino, Marco. Ci siamo dati un nome, un tempo verbale che rappresenta il nostro desiderio profondo: gli scriventi, non gli scrittori, i letterati ma degli amanuensi, gente che scrive e basta.

Abbiamo cominciato a riunirci due anni fa nelle nostre case. In città non c’era più niente, non erano serviti i comitati antimafia, le lunghe catene umane, la città era ripiombata nell’atmosfera cupa che aveva segnato le nostre giovinezze, noia, nulla da fare, nessun posto di ritrovo e nessuno scambio culturale. Abbiamo deciso che invece noi, gli scriventi, volevamo continuare a parlare di letteratura, confrontarci sui nostri scritti. Scrivere per essere.

Abbiamo aperto le nostre case con gioia e non sono mancati the e pasticcini.

Dopo un anno Marco ha detto, adesso basta continuare a controllare i nostri racconti, facciamo un lavoro collettivo, scriviamo insieme, questo ci permetterà di ragionare davvero sulla nostra scrittura e sul luogo geografico da dove scriviamo.

Abbiamo litigato, ci siamo accapigliati, di una cosa però via via siamo diventati certi: volevamo raccontare il sud dal punto di vista di noi fantasmi, i muti, i non eroi, i non commissari di polizia, i non mafiosi, essere insomma fuori dal coro di quella letteratura che fa tanto folclore.

Ci siamo posti con furia molte domande: immaginiamo di essere il lettore ideale, cosa vorremmo tra le mani? Quali storie e parole vogliamo che il nostro lettore scorra? C’è davvero in noi il desiderio di rappresentare questa città?  E come? Che noia, quante parole su di essa sono state già dette e non si è cavato un ragno da buco.

Da qui, la scelta di scrivere ciascuno di noi il diario di un personaggio minore. Niente di eroico. Raccontiamo la città, i suoi abitanti, gli anonimi con i problemi di ogni giorno, in due settimane estive, fine giugno, primi di luglio, il momento in cui Palermo è nella sua massima espressione di palermitaneità: il caldo, l’abbandono delle strade, le ombre lunghe delle giornate infinite, la voglia di non lavorare e di andare al mare, il fistino di Santa Rosalia alle porte.

Così i nostri personaggi hanno cominciato a vivere.

Il primo a toglierci dallo strano imbarazzo in cui eravamo finiti, è stato Gianfranco, e la sua storia, in qualche modo ha costituito il fil rouge di tutto il percorso.

A un ragazzo viene confidato un segreto. Il racconto è la corsa contro un tempo che spesso qui in città sembra risucchiarci in una disperazione ben nota: avere sempre le ali tarpate. A seguire le altre storie: c’è un italo americano emarginato, che ritorna a Palermo per compiere una missione particolare; c’è una donna seduta giorno dopo giorno davanti alla sua povera casa, poi la professoressa che, chiusa nel suo io, ha rinunciato a simpatizzare con i propri allievi, la moglie tradita, un’adolescente che anche nei luoghi più sordidi della città saprà mantenere il suo sguardo incantato, una vecchietta di Bagheria in viaggio verso Palermo, e infine, sopra tutti a epilogo, un uomo con un compito preciso da eseguire.

Le storie s’intrecciano, tenendosi l’un l’altra, perché in ciascun racconto sono entrati, hanno fatto visita i personaggi degli altri racconti, i destini di chi vive nel silenzio la grande, confusa, solare metropoli del sud.

Abbiamo provato così a portare un piccolo contributo, da scriventi, alla necessità di cominciare a dipanare l’aggrovigliata matassa di questa irripetibile, sontuosa e infelice città a cui apparteniamo.

Gli scriventi

Palermo ottobre 2008- aprile 2011

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Dialoghi e cataloghi

Scritto da: m.pomar il 12 Marzo 2011

cataloghi

  • Buon giorno, avrei bisogno di voi
  • Buon giorno a lei. Siamo qui per servirla, mi dica.
  • Ho avuto un lutto.
  • Benissimo. È finito nel posto giusto. Qualche preferenza?
  • Beh, si. Mi hanno parlato bene della vostra agenzia. Intanto vorrei sapere cosa avete.
  • Per cominciare, come entree, le propongo un misto di visite, telegrammi e bigliettini di condoglianze.
  • Già fatto.
  • Come già fatto? Ma scusi il lutto quando è stato?
  • Venti  giorni fa
  • Ah, beh. Allora è tutto un altro discorso. Mi spiace non sia venuto prima, avremmo potuto fornirle un servizio completo. Comunque abbiamo quello che fa per lei. Intanto prepariamo una bella messa per il trigesimo, con necrologio e inviti su cartoncino listato a lutto. Per continuare avrei bisogno di un profilo del defunto. Sa, per vedere che tipo di commemorazione potremmo fare. Era un insegnante?
  • No
  • Peccato, la riunione tra colleghi ed ex alunni va molto, al giorno d’oggi. Non mi dica che era un politico
  • No, guardi…
  • Meno male. Sa, coi politici va molto l’ipocrisia, ma c’è sempre il rischio contestazioni in agguato. Che forse stiamo parlando di un imprenditore? In questo caso potremmo raccogliere le firme di tutti i suoi ex dipendenti che loderebbero la democraticità del defunto.
  • No, senta, mia mamma era una scrittrice e una giornalista.
  • Questo è un settore difficile, ma qualcosa si può sempre fare. Le propongo un reading pubblico subito dopo la messa, e per i mesi successivi una serie di preghiere e canti, una pubblicazione con degli estratti dal vangelo…
  • Senta, si fermi. Io sono ateo, devo dirglielo. E poi non sono qui per organizzare commemorazioni. Mi avevano parlato di voi come agenzia in grado di supportare la vita dei parenti del caro estinto, non come una succursale della parrocchia, mi perdoni.
  • Stia tranquillo. Ho quello che fa per lei. In questo caso ho bisogno di una sua breve scheda.
  • Mia?
  • Si, se il problema sono i parenti, per di più atei, occorre conoscere abitudini e usi della famiglia per effettuare un buon servizio.
  • Cosa vuole sapere?
  • Mi lasci immaginare: lei è un frequentatore di serate mondane? Se è così è tutto molto più semplice. Siamo in grado di organizzarle serate, aperitivi, happy hour, anche bunga bunga, adesso vanno molto di moda.
  • No, guardi siamo fuori strada. Ho perso la mamma, mica mi sono fidanzato con una velina. Vorrei acquisire serenità, ritrovare un assetto nuovo, metabolizzare senza soffrire troppo, surrogare, distrarmi con logica, dare un senso alla morte.
  • Niente di più facile. Mi serve avere un profilo ragionato per costruire un problem solving personal service, studiare un energy  programm legato al soggetto con immediatly effect.
  • Si, ovvero?
  • Capire i suoi gusti. Possiamo surrogare con il cibo, ad esempio. Molti miei clienti hanno sperimentato questa soluzione con risultati soddisfacenti. Forniamo anche un dietologo per il dopo…
  • No, il cibo non mi procura nessun piacere particolare.
  • Benissimo. Allora potremmo passare al sesso. Un must, in questi casi, sta su tutto. Abbiamo escort per tutti i gusti, anche minorenni, purchè lei non sia un magistrato.
  • No, niente escort.
  • Trans? Non sia timido, abbiamo clienti di tutti i tipi, sa?
  • No, niente sesso.
  • E qui sbaglia. Anche io quando ho perso povero nonno, non sa quante ragazzine mi hanno mitigato il dispiacere.
  • Lasci stare, forse lei non è in condizioni di aiutarmi.
  • Ma cosa dice? Gradisce leggere? Abbiamo i migliori romanzi e i loro autori a sua disposizione. Le piace lo sport? Può praticare la sua disciplina preferita o vedere il football americano di elite,  il baseball mai visto in Italia, la pallamano migliore del mondo.
  • No, niente sport, guardi.
  • Amico mio, sa che lei è un tipo difficile? Avrà un hobby, una passione, qualcosa che la fa gioire? Animali domestici? Collezione di francobolli? Soldatini?
  • Ascolti, io sono una persona normale. Godo nel vedere un bel tramonto, o nel fare una nuotata d’estate nel mare pomeridiano. Mi piace la musica classica, ma anche la buona musica in generale. Mangio per vivere, ma con il gusto necessario ad assaporare ogni boccone, senza darlo per scontato. Leggo, ho amici, donne senza pagarle e una bella casa. So ridere, piangere e commuovermi ancora alla quindicesima visione di Ghost. Adoro sognare pur essendo attaccato alla realtà, cerco di prendere il lato buono delle persone, anche quando devo perdere del tempo per trovarlo. Mi piace sorridere ed essere fautore di sorrisi altrui, guardo ai paradossi della vita, e trovo sempre qualcosa di buffo disseminato qua e là. Però non so reagire alla morte, e stupidamente pensavo che lei potesse dare una mano ad un uomo non credente, che esistesse da qualche parte un equivalente laico della sopportazione del dolore, del suo significato intrinseco. Mi sbagliavo, evidentemente.
  • Egregio signore. Forse lei pensa che il più fervente cattolico sia contento quando perde il padre o il fratello? Crede che il buddista perfetto consideri davvero  nel suo intimo la morte come un passaggio da uno stato ad un altro, e quindi normale come una pioggia settembrina? Non è così. La nostra agenzia allevia il dolore, distrae dall’oggetto della propria sofferenza. Ma poi deve essere lei a far nascere qualcosa dal suo dolore.
  • Non mi faccia anche lei il predicozzo pseudo cattolico. Dal dolore non nasce nulla, come dai diamanti.
  • Su questo non concordo. E non c’entra la religione. Si guardi dentro, ascolti i suoi ricordi e guardi i suoi stati d’animo. C’è sempre qualcosa da prendere, al netto delle lacrime. E se anche fosse un poco di saggezza, un briciolo di maturità in più, sarà sempre meglio di una cieca depressione. E in nessun caso avrà indietro sua madre.
  • Ho avuto già lutti pesanti, e qualcosa forse in effetti ho avuto. Per quanto, se mi fosse data la possibilità, restituirei subito tutto pur di tornare indietro anche solo per un giorno.  Io però speravo esistesse un metodo di elaborazione del lutto, un percorso, comune o personalizzato, per uscirne prima possibile. Vorrei coccolare i miei ricordi, lasciarli fluire nelle viscere senza rimanere scorticato, capire il significato del dolore prolungato prima della morte, il perché delle disgrazie, quelle che i credenti considerano un dono di Dio e io solo una carognata della sorte.
  • Mi dispiace, vado contro i miei interessi. Lei non ha bisogno di noi, ha bisogno di se stesso. Si cerchi, amico mio, e poi mi venga a trovare. Magari sarà lei ad insegnarmi qualcosa, una nuova opzione da inserire nel nostro catalogo. E le darò la provvigione, stia sicuro.
  • Vado. E se non mi ritrovo, che happy hour sia.

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Senza cuore

Scritto da: m.pomar il 10 Gennaio 2011

cuoreMi chiamo Andrea, ho trentacinque anni e sono senza cuore.

Sono nato così, uno scherzo della natura. Appena venuto al mondo  i medici dissero ai miei genitori che avrei campato ancora poche ore. Destinato ad una fugace apparizione sulla terra, il mio organismo si fece beffe dei luminari, dell’anatomia e financo della logica. Vivo ancora adesso, dopo trentacinque anni e numerose operazioni, consulti, esposizioni ai convegni manco fossi la donna barbuta, un fenomeno da baraccone permanente. Il sangue circola per i fatti suoi, senza quella pompa ritenuta erroneamente indispensabile.

Qualche vantaggio, popolarità, ospitate tv, interviste nei magazine di tutto il mondo, fino a quando mi andava. Adesso sono stufo, vorrei una vita normale, quella che un soggetto senza cuore non può mai ottenere.

Dicono che non sono in grado di amare. Non so se sia vero, non conosco la controprova. Io credo di avere amato un sacco di donne, di cani, di gatti, di libri, di film. Solo che, da quello che vedo, per molti amare significa possedere, per me no.

Io amo qualcosa o qualcuno, ne condivido emozioni, e non mi dolgo quando termina.

Tutto finisce, perché rattristarsi?

L’anno scorso sono deceduti i miei genitori, in un incidente stradale. Certo che mi dispiace, erano brave persone, li amavo. Ma adesso non ci sono più, e non c’è nulla da fare.

Non vivo male, anche se tutti i cardiologi interpellati  mi danno sentenze diverse. Alterazione psichica della parte affettiva dovuta all’assenza del miocardio, irrorazione sanguigna verso la zona dell’ipotalamo irregolare, con sbalzi umorali e incapacità di concentrazione, assenza di battito cardiaco (e vorrei vedere!) con conseguente rischio in caso di sforzo eccessivo.

Certo non morirò di infarto, di crepacuore, come si dice.

Morirò, e allora?

Forse che voi vi ritenete immortali? Probabilmente camperò ancora un altro po’, forse, smentendo ancora cassandre e cornacchie in camice bianco, altri trentacinque anni, sereni e vari come questi.

Non lo so, so soltanto che la mia vita non è male. Osservo tutta questa gente con il cuore, e mi sembra confusa, alla ricerca di qualcosa che non ha, come se quell’organo che gli pulsa nel petto per essere completo necessitasse di un suo omologo, o di qualcos’altro di indefinito. Io il cuore non ce l’ho, e non vado alla ricerca di cose che non posso avere.

Ho amato a modo mio, e sfido chiunque a considerarlo un amore di serie B: ho amato Paola, Laura, Mariarosa e Giovanna, ho amato il partito comunista e Borges, Federico Fellini e Garcia Marquez, mia zia Rosa e il suo lacerto agglassato, Qualcuno volò sul nido del cuculo e Charlie Chaplin. Ho amato cose nel tempo giusto, quando avevo l’età per amarle, e non le ho rinnegate: ho amato Teresa in prima seconda e terza media, e adesso fa la manager in una ASL, legata ad un boss della politica locale, ho amato Herman Hesse e Richard Bach che adesso non riuscirei a leggere,, la mia baby sitter Mariella benché avesse rubato tutta l’argenteria di casa,  le cipolle in agrodolce che adesso detesto, mio nonno Peppino che tradì ripetutamente mia nonna, e chissà quante altre cose.

Faccio volontariato, quando posso beneficenza, tifo per la Juventus moderatamente e mi piace ridere e scherzare con gli amici. Non sono malvagio, forse la bontà non sta tutta nel cuore.

Non sono sposato né  fidanzato, li trovo status eccessivi, come bere troppo vino o fare troppo sport.

Non penso al futuro, non sapendo se mi è dato di goderne. Non vivo neppure alla giornata, faccio la spesa per tre o quattro giorni, per intenderci. Programmo un fine settimana, un viaggio a breve termine, delle vacanze ben organizzate.

Niente pensioni integrative, investimenti a lungo termine e altri espedienti che gli umani adottano per illudersi di avere anni da spendere.

Non piango se vedo Love Story, so che è un film, e anche se fosse vero piangere non servirebbe. Anni fa mi avevano messo in lista per un trapianto di cuore. Mi chiamarono di notte, era appena deceduto un giovane pregiudicato, schiantatosi con la sua motocicletta insieme ad un paio di innocenti. Io non sto male, vivo lo stesso, datelo a qualcun altro davvero bisognoso.

Meglio senza cuore che con quello di uno sconosciuto. Non voglio emozioni altrui, lasciatemi col mio equilibrio affettivo, con la mia precarietà sentimentale.

Un cugino lontano due anni fa ha perso una mano in un incidente sul lavoro. Ne ha un’altra, d’accordo, ma non farei cambio.

Mi indigno con la testa, gioisco di pancia, ascolto le carezze con la pelle, rido con gli occhi e sento i profumi con il naso. E come tanti mi auguro che questo Paese ritrovi la sua dignità.

Senza cuore, sopperisce il cervello.

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L’incredibile storia di Ettore Barracani, calciatore

Scritto da: m.pomar il 10 Novembre 2010

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Ettore Barracani era un talento puro.  Destro sinistro come nemmeno Mario Corso, visione di gioco manco avesse gli occhi pure sulla nuca, senso della rete più di Bill Gates.

Negli ambienti dei procuratori, degli osservatori, dei profittatori, era segnalato sin da giovanissimo, ma il suo club, la Virtus Potenza, non lo faceva avvicinare da nessuno. Ettore giocava per il gusto del gesto tecnico atletico, il calcio per lui era melodia armonica, risposta ad un dono che sentiva di avere, e che deliziava il pubblico di ogni bandiera.

Relegarlo ad un ruolo fisso sarebbe stato come chiedere a Mozart di comporre una sigla per il Grande Fratello, come pretendere da Leonardo il dipinto di una confezione di marmellata, come aspettarsi da Usain Bolt una medaglia nella corsa campestre della scuola media.

Barracani era forza fisica più facilità di corsa, lanci lunghi più senso del tackle, stacco di testa più potenza nel tiro, capacità di lettura della partita più voglia di vincere.  Chi non lo conosceva bene si sarebbe giocato tutto il suo patrimonio sulla certezza di una carriera all’altezza dei più grandi di ogni tempo.

Chi lo aveva vicino no.

Perché Ettore era uno spirito libero, e amava tanto il calcio quanto la libertà, le belle donne quanto e forse più del proprio potenziale sportivo, le auto veloci più della carriera, il rischio dell’imponderabile molto di più dei ritiri e degli allenamenti. Faticava a tenere la concentrazione per più di dieci secondi, durante i quali se proprio voleva, l’allenatore avrebbe dovuto spiegargli la tattica, gli schemi, il suo posto nel rettangolo di gioco. Tutto inutile. Lui voleva godere di ogni istante della vita, succhiare il midollo dell’esistenza, diceva proprio così.

Per questo a dodici anni aveva già rifiutato l’offerta milionaria di squadroni come il Real Madrid, la Juventus, il Manchester United, il Matera.

Lui non voleva separarsi dalla sua città, dai suoi amici, dalle sue moto elaborate.

A diciassette anni aveva segnato in sei campionati giovanili e di serie C, qualcosa come settecentosedici reti, in più forniti un numero incalcolabile di assist.

A diciotto anni accadde una tragedia, quella che avrebbe potuto stroncargli la sua giovane carriera. Una notte, durante una gara di moto in tangenziale, perse il controllo della sua Moto Guzzi andandosi a schiantare contro un muro. L’impatto fu terribile, e il nostro talento perse il braccio destro.

Si sprecarono articoli sulla stampa locale costernati e contriti. Il calcio italiano perdeva la sua stella più lucente, il suo talento giovane più limpido, il futuro faro della nazionale.

Fecero i conti senza l’oste.

Barracani si riprese dall’infortunio con la stessa disinvoltura con si rialzava in area dopo un fallo dello stopper avversario. Si presentò all’allenamento senza l’arto superiore come fosse stato privato del dente del giudizio. La sua classe non venne per nulla intaccata, anzi, se possibile  ne uscì rafforzata, temprata nel carattere.

Il nostro eroe scartava avversari senza un braccio (lui, non gli avversari), con due braccia, con due nasi, a prescindere. Il pubblico locale lo acclamò definitivamente leader maximo, le televisioni di tutto il mondo scendevano a Potenza alla ricerca del miracolo calcistico, del nuovo pibe lucano.

Quando il palcoscenico mondiale era pronto ad accogliere Barracani per porlo nel Pantheon dei più grandi di ogni epoca, accadde una nuova disgrazia.

Durante un bungee jumping notturno con elastici usati, Ettore precipitò da trentasei metri, andandosi a spiaccicare sul selciato con un’accelerazione di 9,8 metri al secondo. Dopo due giorni di coma dovettero amputargli anche l’altro arto superiore, oltre alla milza e all’occhio sinistro.

Era troppo anche per lui, scrissero commentatori commossi, regalandogli il nobel della sfiga.

Fecero i conti senza la tigna, la determinazione e il carattere di Barracani.

Tornò in campo senza braccia e col sorriso di sempre, felice di non potere mai più venire ammonito per falli di mano, disse con discreto senso dell’autoironia. E se mi ammoniranno lo stesso, chiuderò un occhio, concluse tra l’ilarità generale.

Vederlo correre dritto come un fuso era uno spettacolo incredibile. Con uno straordinario senso dell’equilibrio continuava a dispensare genio, se possibile affinando ulteriormente le sue qualità, compresa la visione di gioco, seppure dimezzata. Testa, tacco, petto, collo del piede, dribbling, lanci e visibilio generale. Ettore non sembrava scalfito dalla sua personale partita con il destino, e amava anzi beffarlo mantenendo inalterata la sua voglia di vivere ad ogni schiaffo subito.

Proseguì nella sua vita al limite del pericolo, continuando a sfidare il nemico più grande.

Che un giorno di autunno gli inferse un altro, terribile, colpo.

Durante una sfida di velocità sul ciglio del burrone del monte Gargaglio, mise un piede in fallo, e, non potendosi aggrappare a nulla, ruzzolò per il pendio. Lo recuperarono  a valle pieno di escoriazioni, maciullato come un tacchino alla vigilia di natale, privo di sensi, di denti,  e, apparentemente, anche di futuro.

Il suo ricovero fu lungo e sofferto, e non ci fu possibilità di salvargli l’occhio buono, oltre a tre quarti di lingua. Barracani tornò a casa senza vista, braccia, denti e, quasi, lingua. Parlava come un sordomuto, strascicando le parole e senza vedere il suo interlocutore. Lo attendeva una vita menomata,  avere a che fare più con badanti rumene che con terzini ungheresi. Sfiga Channel gli dedicò un documentario di due ore, il comitato paralimpico gli consegnò un premio alla carriera, perfino il capo del governo volle dire  la sua inviandogli un telegramma di auguri e un assegno di diecimila euro.

Ma la vite di Barracani non erano tutte finite. Volle andare ugualmente al campo di allenamento, inizialmente, disse, per stare con i compagni. Poi insistette con il mister perché gli facesse fare uno scampolo di partitella di allenamento, tra lo stupore dei compagni. Alla fine gli misero una pettorina, la sua, quella col numero dieci, e lo fecero giocare scambiandosi cenni di pietà per non fargli del male.

Ettore però non voleva la pietà di nessuno, solo il rispetto che gli era dovuto. Come un gatto nella notte percepiva gli ostacoli senza vederli, sentiva l’odore della palla che gli si accovacciava docile ai piedi, riconoscendogli l’autorità del padrone. Conosceva il campo a memoria, e non aveva bisogno di vedere la porta. Dopo un’azione personale nella quale scartò prima un mediano accondiscendente, poi un terzino poco convinto, infine uno stopper incazzato, fintò un tiro in diagonale sulla destra, salvo poi, con un movimento unico e rapido, portarsi la sfera sul sinistro e scagliare una bordata dall’altro lato rispetto al tuffo del portiere. Esultarono tutti, con un boato assordante. Avevano appena assistito ad un miracolo della natura, al capovolgimento della logica dello sport e della vita.

Barracani era contento come le altre volte, per lui il calcio era un dono, e non intendeva rinunciarci per qualche piccola menomazione.

Si sprecarono i soprannomi: l’occhio di Dio, lo stuzzicadenti, miracolo a centrocampo, amabili resti.

La sua carriera continuò come Ettore aveva voluto: senza allontanarsi dalla sua squadra, dai suoi amici, dal suo campo preferito. A vederlo guizzare tra avversari perplessi, ad ammirare i suoi tiri all’incrocio dei pali, i suoi lanci sulle teste dei compagni, nessuno avrebbe potuto dirlo non vedente.

E come continuò a deliziare il suo pubblico, così non volle cambiare i suoi stili di vita. Volle essere il primo uomo senza braccia e senza vista a salire sul parapendio. Dissuaderlo sarebbe stato inutile, così i suoi amici neppure ci provarono.

Era la partita finale con Dio.

Barracani teneva la rotta muovendo il corpo come un’anguilla, e nulla poté appena una raffica di libeccio lo scaraventò chissà dove. Provando un atterraggio d’emergenza, facendo leva soltanto sul suo istinto calcistico, andò a finire nello stadio comunale di Nocera inferiore, durante un allenamento della squadra locale.

Ancora una volta il suo sesto senso lo portò in direzione della porta avversaria, precisamente sulla traversa, che colpì in pieno con la testa.

Qualcuno all’inferno dovette esultare, pensando di avere finalmente posto fine ad una delle bellezze della natura, aspettando a braccia aperte quella beffa della logica.

Barracani lottò strenuamente contro la morte anche questa volta. Dopo una decina di giorni di coma riemerse alla vita, con una perdita della memoria pressoché totale.

Non ricordando il suo passato da calciatore, non mise più piede in un campo di calcio, non toccò più un pallone, non volle nemmeno sapere i risultati della Virtus Potenza.

Proseguì la sua vita menomata senza la gioia precedente, e a poco serviva raccontargli le sue mirabilie passate.

Ogni tanto, se gli lanciavi un’arancia, la stoppava di petto e palleggiava per minuti come un fenomeno da circo.

Giusto per ricordare, a chi aveva assistito al suo miracolo, che ancora trattavasi di Ettore Barracani.

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La vecchia e il cavaliere

Scritto da: m.pomar il 19 Settembre 2010

C’era una volta una vecchia, povera, sola e timorata di Dio.
Questa anziana sfigata ogni giorno pregava perchè il Cavaliere avesse lunga vita, tanti decreti e condoni senza limiti.
Nel paese la prendevano per pazza, essendo la vecchia devota al cavaliere più di Schifani e un pelino sotto Bondi, ma senza averne alcun tornaconto.
La storia della sua ammirevole devozione fece il giro del mondo, tutti si chiedevano se non fosse una zia laica, la nonna di Mastella o semplicemente affetta da alzheimer.
La sua fama arrivò fino ad Arcore, tanto che il cavalierissimo in persona volle conoscere, prima che schiattasse, una sua fan così accanita, benchè ad essa non pensasse minimamente di proporle un ministero.
Casomai le avrebbe regalato una parure.
Mandò due senatori maggiordomi nel paese dove la vecchina pregava contro le maledizioni comuniste sulla sua testa ricrinita, e la fece portare seco, a palazzo Grazioli, nella stanza over 70.
E lì, finalmente, fu in grado di conoscere il mistero di tanta abnegazione e premiarla come meritava.
“Cara vecchia paesana. Io sono felice che tu, come mi dicono, preghi per me, eppure non mi risulta che tu abbia la televisione, che sia mai stata candidata ad alcun consiglio comunale, che sia stata protagonista di una delle mie proverbiali promesse. Allora cosa ti porta ad adorarmi così tanto? Potenza del mio fascino? Merito dell’elisir di Scapagnini?”
“Vede Cavaliere, io ho una certa età, e ne ho viste tante. Ho visto Andreotti che andava a cena con Riina e faceva accordi con Badalamenti, e pregavo perchè scomparisse dalla scena. Ho visto Craxi, un politico in grado in pochi anni di fare scomparire nella vergogna la tradizione socialista, e ho pregato perchè fosse rinchiuso nelle patrie galere. Ho visto Forlani, Cirino Pomicino, Poggiolini, e altri ladri dissanguare l’economia e la povera gente. e ho pregato perchè tutto ciò finisse. Poi tutto ciò è finito, prima che la nera signora venisse a me, ma sei arrivato tu, un raro concentrato di tutte le peggiori figure della prima repubblica.
E allora prego perchè tu abbia lunga vita, non si sa mai dopo di te venisse uno ancora peggiore.”
Il cavaliere, uomo di spirito, rise a tutti denti, tanto non erano presenti che le sue televisioni, e quindi avrebbe potuto cestinare la conversazione.
Diede un bacio alla vecchina, le regalò una spilletta con l’effigie del capo, e la fece buttare fuori dal palazzo, convinto che sotto sotto, non avesse poi tutti i torti.berluscka

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Vita da super eroe

Scritto da: m.pomar il 5 Agosto 2010

Che non fosse un bambino normale se n4918000-super-eroe-battentie erano accorti tutti. Precoce nel parlare, nel mandare affanculo i genitori, nel rispondere ai maestri, nel risolvere le espressioni matematiche, nel percepire le espressioni non verbali, nell’apprezzare l’espressionismo.
A sei anni guidava la panda della mamma nel garage, a sette la Bmw del papà nel garage, a otto posteggiava lui tutte le auto del garage. A dodici anni acquistò il garage e ne fece un ritrovo per gli adolescenti del quartiere, i quali consegnavano a lui tutte le paghette per fare parte del circolo giovanile più esclusivo della città. Univa uno spontaneo pallino per gli affari, grazie al quale aumentava a dismisura le sue entrate, all’altissimo rendimento scolastico, raggiunto studiando meno dello stretto necessario.
Non era bello, ma piaceva alle ragazzine più dei fighetti del quartiere, grazie a quell’aria di forza e sicurezza che lo portava a risolvere tutti i problemi. Gli amici lo rispettavano e lo invidiavano, a giorni alterni. Un po’ con affetto un po’ per canzonarlo, gli affibbiarono presto il nome di Super Lucio. E lui non si dispiaceva, anzi.
Gli garbava quel nomignolo che tendeva a metterlo una spanna al di sopra della massa, posto che a suo parere gli spettava peraltro di diritto.
Super Lucio non amava troppo la gente, la considerava incapace di riuscire a succhiare il midollo della vita, di capirne il senso, quello che da sempre lui aveva molto chiaro.
Verso i quattordici anni aveva già ultimato gli studi, avendo fatto diversi anni in una volta sola per guadagnare tempo. A sedici anni si laureò in fisica, a diciotto in filosofia, a venti aveva pubblicato quindici saggi in venti lingue diverse, scritti da lui senza nemmeno traduttori.
Fu prima del ventunesimo compleanno che si rese conto di avere anche dei super poteri. Anzi, che tutto quel successo di cui si faceva vanto, era dovuto ad un regalo della natura, uno scherzo della storia toccato proprio a lui. Voleva volare? Volava. Voleva sollevare un autobus? Lo sollevava. Voleva scrivere la divina commedia? Già fatto da un altro.
Quasi tutto era raggiungibile per lui, senza nemmeno spinaci, criptonite, traumi vari, morsi di strani animali. Super Lucio non si scompose di fronte a quella consapevolezza. Provò a mettere i super poteri al servizio dei più bisognosi, dei più deboli, dei meno abbienti.
Sperimentò così come fosse assai più facile sollevare un camion che aiutare qualcuno.
Per prima cosa decise di andare dal gruppo dei senza casa della sua città, martoriata da problemi di povertà e mal distribuzione delle ricchezze.
Lui invece sarebbe stato un ottimo riequilibratore di risorse, una sorta di Robin Hood de noantri.
Vide il rappresentante dei senza casa, perplesso di fronte alla visita di uno che si faceva chiamare Super Lucio. Grazie ai suoi super poteri, gli disse, avrebbe trovato l’alloggio per tutta quella gente costretta a dormire in macchina, sfrattata dalle proprie abitazioni abusive. E come avrebbe fatto, gli chiese l’altro? Dettagli, per uno con i suoi super poteri.
Dettagli sta minchia, pensò poi.
Super Lucio era abituato a fare lavorare in fretta il suo super cervello, a mettere a disposizione la sua abnorme forza per scopi benefici, il suo eloquio forbito e ricco per risolvere questioni spinose.
Tutto questo ben di dio come avrebbe potuto garantire un tetto a quella gente?
Ci pensò su una notte intera, che il suo super corpo non aveva bisogno di tanto sonno. Decise che avrebbe potuto incontrare gli amministratori della sua disastrata città, li avrebbe convinti della bontà della sua proposta, ovvero quella di monitorare le abitazioni disponibili in città per darle a quella gente. I suoi super neuroni, però, la giudicarono un’idea debole, inutile come il sindaco che voleva incontrare.
Allora avrebbe potuto utilizzare la forza bruta per garantirgli un alloggio. Magari cacciando via dalle loro case dei cattivi per darle ai buoni, come nei film.
Una super cazzata, se ne rese conto subito.
Calcolò le probabilità di trovare una soluzione utilizzando tutte le armi in suo possesso, ma non ne cavò un ragno dal super buco.
Frustrato dal primo fallimento della sua ancor giovane carriera di super eroe, decise di migliorare alcuni servizi per la collettività, quelli trascurati dal sindaco super inetto di cui sopra. Sentendo i suoi amici e persone a lui vicine, redasse un elenco dettagliato di quello che andava migliorato, sistemato, reso funzionale. Ne venne fuori un elenco degno dei fantastici quattro, con imprese che non scoraggiarono però Super Lucio.
Provò a fare funzionare la piscina comunale, continuamente chiusa per i motivi più svariati. Si mise per un mese in aspettativa da super eroe e si piazzò nell’impianto h24.
In breve imparò a memoria i dosaggi del cloro, la quantità necessaria di gas per riscaldare le due vasche, perfino i turni del personale, precario e non. Solo che quando si trovava nei locali caldaia, qualcuno rompeva le docce, quando stava a controllare le docce con la sua super vista, veniva danneggiato il computer che calcolava il dosaggio degli acidi.
Dopo quaranta giorni, nei quali venne ripetutamente minacciato dagli Lsu per lo zelo eccessivo, dovette arrendersi. Il capo impianto e i dipendenti brindarono all’ abbandono di quel super rompicoglioni e l’impianto ricominciò a chiudere ogni quattro giorni.
Leggermente segnato dall’insuccesso numero due, scorse rapidamente la lista che gli avrebbe fatto migliorare la sua città. Andò nel campo nomadi, ascoltando istanze e promettendo super interventi, come un consigliere comunale qualsiasi.
Nessuna delle sue doti sovraumane, però, prevedeva allacciamenti idrici ed elettrici, nulla gli consentiva di propiziare integrazione, di trovare occupazioni o di diffondere cultura di legalità. Questa considerazione lo super amareggiò, facendolo riflettere sull’utilità del suo ruolo nella società, moderno e sprecato super eroe dei nostri tempi.
Per sfogarsi si fece dodici negroni, che il suo super organismo neppure avvertì.
Attraversò la città a piedi un paio di volte, in dodici minuti e senza fatica, chiedendosi cosa e come avrebbe potuto aiutare i suoi concittadini, in che modo avrebbe potuto migliorare la loro esistenza.
Non riuscì a risolvere il problema del traffico, sulla temperatura eccessiva e le siccità non aveva poteri, affidati al super commissario dello stato, per debellare la mafia avrebbe dovuto conoscere qualche mafioso, ma pare che nessuno ne conoscesse uno.
Prima di ritirarsi sconfitto, di ratificare l’impotenza dei super poteri di fronte alle esigenze della sua città, ebbe un lampo di genio.
D’altronde era una beautiful mind, e simili intuizioni gli erano usuali.
Accadde quando vide dei sudati operatori ecologici faticare per togliere montagne di immondizia dalle strade. Quello era un lavoro da Super Lucio!
In un batter d’occhio sollevò centinaia di sacchetti e sacchettini, riempì fino all’orlo il compattatore sotto lo sguardo soddisfatto dei netturbini, e volò oltre l’angolo.
Lì altre colline di netturbe lo attendevano. Faticò un attimo a causa del suo super olfatto, grazie al quale percepiva anche residui di aglio soffritto, ma si fece forza, sollevò tutto il pattume in attesa dell’auto compattatore, e solo la sua potenza muscolare smisurata gli consentì di resistere.
Gli auto compattatori erano guasti, il personale in agitazione, e i cassonetti pieni. Qui però, Super Lucio si sentiva imbattibile. In una sola notte volò dalla città fino a Bellolampo, svuotando tutti i cassonetti di centro (quasi vuoti) e periferia (esondanti).
Andò a dormire felice, finalmente soddisfatto per avere aiutato la propria città.
Il giorno dopo il primo cittadino diede una conferenza stampa, annunciando orgoglione la soluzione dell’emergenza rifiuti, per una città tornata cool.
Sorrise felice, anche quando comunicò un leggero aumento della tassa sui rifiuti, a fronte di cotanto servizio reso ai cittadini.
Super Lucio firmò un contratto part time con il comune come consulente dell’emergenza rifiuti.
Di sei mesi, rinnovabile.

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L’artista di arancini

Scritto da: m.pomar il 15 Luglio 2010

arancini Nuccio Patanè viveva nella sua Montaperto, alle pendici del vulcano. E come tutti gli abitanti della zona risentiva dell’umore di “lui”. Ne percepiva i malumori, i risvegli, i lunghi sonni e le improvvise eruzioni.
Non abbandonava mai il suo paese, “lui” non voleva cacciarli e non gli avrebbe fatto del male. “Lui” condizionava il lavoro e la vita di tutti gli abitanti di Montaperto, in qualche modo li consigliava, li ispirava, li dissuadeva da propositi errati.
Patanè sin da giovanissimo aveva imparato dalla mamma a fare gli arancini, e quello sapeva fare. Aveva ereditato il panificio dai genitori, salvo trasformarlo in un arancinificio. Niente panini, filoni, pagnotte, bocconcini e rimacinati. Nuccio non li sapeva e non li voleva fare. Lui si concentrava sugli arancini, al maschile come li appellavano da quelle parti, e ne faceva autentiche opere d’arte, pezzi unici rifiniti con cura maniacale.
Patanè era signorino, single, direbbero i giovani di oggi, e la sua vita si divideva tra casa, bottega e luoghi dove approvvigionarsi per creare le sue meraviglie.
Non aveva mai voluto barattare il proprio talento con il denaro, la qualità con la quantità. Così partoriva appena novanta arancini in una settimana, ovvero trenta per ogni giorno dispari, quindici alla mattina e quindici nel pomeriggio. E basta.
Una volta una rosticceria di Catania provò a comprare il suo talento, prima offrendo per i suoi servizi una cifra che Patanè non avrebbe mai guadagnato in una ventina di vite, poi, in seguito al suo netto rifiuto, tentando di carpirne i segreti.
Un investigatore privato lo seguì giorno e notte per sei mesi, seppe tutto di lui, financo quanta acqua bevesse, come si lavava le mani, tutti i particolari degli ingredienti che usava e di come li miscelava. Eppure gli arancini copiati non assomigliavano per nulla ai capolavori di Patanè.
Morbide e calde sculture di riso, odoravano di buono a una distanza di centinaia di metri.
Il loro sugo ricordava certi capolavori del Tintoretto, l’insieme aveva la personalità di Putin, la bellezza di George Clooney, la simpatia di Benigni. Le imitazioni dei contraffattori al più la bellezza di Benigni, la simpatia di Putin e la personalità di George Clooney.
Eppure Patanè non superava quasi mai la quantità di 90 arancini alla settimana, che vendeva a un euro e cinquanta l’uno, per un totale di 135 euro, cifra la quale, tolte le spese, bastava a Nuccio per campare con quel poco che gli necessitava.
Non mangiava mai le sue creature, l’avrebbe considerato un parricidio, e per campare gli bastava un po’ di pastina in brodo e un pezzo di pane.
Le vette più alte del proprio talento artistico, Patanè le raggiungeva quando “lui” lo ispirava, quando piccole scosse risvegliavano lui e il terrore degli abitanti della zona.
In quei casi gli  arancini  prodotti  erano se possibile ancor più sublimi, pezzi unici di un poeta del ragù, di un cantore dello zafferano, di un premio nobel della frittura leggera.
Ad ogni sentore di eruzione vulcanica una folla sbavante si ammassava davanti alla bottega di Patanè, sperando che il maestro superasse per una volta il proprio limite quantitativo, soddisfacendo palati e accontentando qualche paesano in più.
Più di una volta illusori tuoni avevano radunato folle speranzose, poi rivelatisi banali temporali.
Ma un giorno accadde qualcosa che nessuno avrebbe potuto mai immaginare.
Patanè fu portato da un lontano cugino a Roma, per una vacanza da una vita sempre uguale a se stessa. Lì il cugino lo portò a vedere posti nuovi, ad osservare bellezze mai viste, a sperimentare nuovi sapori. Ed essendo un cultore degli hamburger di Mac Donald, gli fece assaggiare gli insulsi panini morbidi con carne misteriosa.
E il poeta dell’arancina, anziché vomitarlo sul posto, sancendo la madre di tutte le bestemmie, assaporò dapprima con curiosità il Big Mac, poi con malcelata voluttà, infine con autentico trasporto erotico. Quell’incontro asimmetrico gli modificò la vita. Divenne un fan del Mc Chicken, si appassionò a tutti i menu esistenti, patatine incluse, e si rifiutò di cibarsi di altro. Tornato a Montaperto chiuse la sua “putìa” di arancini e si trasferì a Catania a lavorare come commesso nel principale Mc Donald della città.
Stava tra i giovani camerieri come un dinosauro tra le lucertole, buffo e irreale con tutto quel rosso addosso.
Nel suo paese fu proclamato il lutto cittadino per la scomparsa degli arancini di Patanè. Qualcuno provò a prendere il suo posto, aumentando il rimpianto dei concittadini, qualcun altro provò a convincerlo a tornare, incatenandosi davanti al cimitero delle polpette.
Non ci fu nulla da fare. Perfino i francesi de Le Figarò mandarono un inviato a raccontare la storia di Patanè, spacciandola per una amara lezione della globalizzazione, un pernacchio beffardo verso tutte le forme di artigianato ormai scomparse.
Un giorno Patanè scomparve.
Non si presentò per primo al lavoro come faceva ogni giorno. A dirla tutta non si presentò proprio. La sua storia finì a Chi l’ha visto, con telefonate misteriose che ne segnalavano la presenza nei posti più diversi.
Chi aveva mangiato degli arancini sontuosi a La Paz, chi era certo di avere riconosciuto nell’omino della foto un boss della ristorazione di Berlino, un anziano tedesco con inconfondibile accento catanese.
A Montaperto non si mangiarono mai più arancini.
Solo un nuotatore di mezza età, Paolo Z., si ostinò a cucinarli di nascosto nella sua cucina, provando, ad occhi chiusi, a ritrovare il sapore dei capolavori di Patanè.
Senza riuscirci.

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Auto coscienza

Scritto da: m.pomar il 18 Maggio 2010

auto

La mia automobile non è nuova. Ha percorso centocinquantaduemila chilometri, ma in realtà per mesi il contachilometri è stato guasto e io non l’ho riparato. Per lassismo.

Adesso funziona, quindi ad occhio ne avrà fatti un bel po’ di più.

Non è nemmeno veloce, né pulita, e tantomeno prestativa. Sovente mi sollecita costosi interventi, manutenzione e cura degna di miglior proprietario e di miglior macchina.

La tratto come fosse la mia stanza. Un volantino lasciato nel sedile di dietro, spicci qua e là per i lavatori di vetri, calzari per entrare a bordo vasca con le scarpe, un bidoncino per l’acqua portatomi da mio fratello sei anni fa, quando rimasi in panne in favorita, sei multe, ventisei cd, due occhiali da sole, un occhialetto per i film in 3d, palette, pull boy e pinne.

C’è la mia vita insomma, e io non voglio sistemarla. Non posso, oserei dire.

E non posso nemmeno mettere ordine nel porta bagagli, anche per non contraddirne la definizione. Porta i bagagli, quindi la borsa della piscina, tre ombrelli fuori corso, il poggia testa del passeggero, magliette taglie conformate, la dichiarazione dei redditi del 2001, una confezione di olio per i freni, mio cugino Marcello.

È la mia automobile, mica Carla Bruni, va bene così com’è.

Eppure non finisce di stupirmi.

Lei lo sente che le voglio bene, che la difendo dalle calunnie, che a modo mio non le faccio mai mancare acqua per il radiatore e il parabrezza.

Quando, due anni fa, discutevo con Barbara se prendere una Yaris di terza mano, lei lo percepì, scaricò la batteria, invertì caldo e freddo nel condizionatore e attivò lo spruzzo dell’acqua saponata del parabrezza ad ogni curva pericolosa.

Ci volle tutto il mio tatto per convincerla che di proposito infausto trattavasi, che mai l’avrei barattata per una tinta zoccola Yaris, che i suoi pistoni mi facevano lo stesso effetto della prima volta.

Fu di nuovo idillio, fino all’altro giorno.

Tornavo dal lavoro, verso casa, pensando a delusioni, a grandi imprese, tipo Lucio Dalla.

Lei conosce la strada quanto me, così a volte la lascio fare. Nel senso che io sogno ad occhi aperti, vago con la fantasia, e lei mi porta a destinazione, con velocità di crociera, frenate, precedenze e frecce messe al punto giusto.

Solo che quel pomeriggio girò in Via Piccolomini, la traversa prima di via dei Bergozi, la nostra. Essendo ancora immerso nell’immagine onirica del mio principale che lavava i piatti della mia cucina, non mi accorsi dell’anomalia. Fino a quando non mi ritrovai a posteggiare in Via dei Salamelecchi. Proprio davanti allo studio del mio commercialista.

Non capivo.

Avevo consegnato tutta la documentazione al professionista dell’elusione proprio il giorno prima. Che dovevo farci ancora dal dottor Santommaso?

Provai a rimettere in moto, dopo avere posteggiato mio malgrado nel primo spazio utile.

Niente.

La Lancia non voleva saperne di mettersi in resta, per così dire. Non un gracchio, un singulto di motore affaticato, uno scaracchio che testimoniasse lo scorrere della vita nei circuiti. Scesi dall’auto contrariato. Perché rifiutarsi in questo modo di compiere il proprio dovere, pensai? Eppure quel pensiero, l’accostamento della parola dovere unita al mio commercialista mi provocò un leggero senso di disagio.

Salii al piano ammezzato e chiesi alla segretaria piacente di farmi ricevere da Santommaso. Gli parlai, ammisi di avere omesso un paio di collaborazioni professionali nell’ultima consegna di materiale utile al mio setteequaranta, mostrandomi sinceramente pentito e contrito. Lui mi assolse, come un parroco di campagna, e disse che comunque eravamo in tempo utile per presentare il tutto prima della scadenza.

Scesi dallo studio alleggerito, nello spirito e, idealmente, anche nel conto in banca.

Non ero il tipo di omettere denuncie, e non avrei cominciato quell’anno.

Non mi fermai a riflettere sul perché e percome mi fossi trovato proprio dal mio commercialista in quel momento. Lo attribuì ad un rigurgito di senso di colpa in zona cesarini, meglio tardi que mas.

Salii in macchina, indeciso sul da farsi. Che farne della capricciosa automobile, qualora perpetuasse nell’intento di non schiodarsi dal parcheggio?

Eppure così non fu. Una girata di chiave, un rumore familiare, ciak, motore, azione.

Allora quando vuoi sai fare il tuo dovere, vecchia carcassa!

Mi avviai verso casa, immerso nei miei pensieri.

Mentre immaginavo Mourinho arrestato dalla guardia di finanza per sfruttamento della prostituzione, violenza su minori, alterazione di cibi, procurato allarme, importazione di capitali e sosta vietata, mi ritrovai indebitamente in via dell’Olmo Gigante. Proprio davanti al civico 19.

Ovvero l’abitazione a me assai nota di Monica.

Mi prese il panico. Perché avrei dovuto ricalpestare il luogo del delitto?

Errori che Freud chiamava atti inconsci voluti, ma che in quel momento avrei volentieri lasciato agli specialisti.

Attivai il motorino di avviamento, e per la seconda volta in pochi minuti la macchina mi voltò le spalle.

Niente da fare, un silenzio imbarazzante, come uno studente brocco agli esami di maturità. Soffocai la tentazione di prendere a calci automobile, cerchioni, sportello anteriore sinistro, sportello anteriore destro, battistrada e luci anabbaglianti, e rimasi fermo come Muslera.

Via dell’Olmo gigante non offriva grandi possibilità per chi volesse darsi aiuto. Uno stradone di periferia con alti palazzi uguali e gente che si fa gli affari propri.

E io fermo davanti casa della donna abbandonata solo quindici giorni addietro, in modo subdolo e meschino.

Volevo piangere.

Con la testa tra le mani e sul volante forse avevo cominciato a farlo, quando il mio nome chiamato a voce alta mi fece sobbalzare.

Monica mi guardava da fuori l’abitacolo con l’aria di chi ha visto D’Alema bussargli alla porta. Ovvero con un misto di stupore, imbarazzo, contentezza e repulsione.

In parti uguali.

Riuscii ad articolare mezza frase di senso compiuto, prima che lei mi saltasse al collo, dicendo che non aspettava altro che questo gesto di perdono da parte mia, l’andata a Canossa che avrebbe sistemato la nostra storia malandata.

Mi perdonava, disse proprio così, per quello che avevo fatto, purché, ovviamente non si fosse mai ripetuto e da allora la nostra storia avrebbe di nuovo preso il volo.

Si mise a piangere commossa, e mi lasciò rimandando all’indomani la nostra nuova e feconda convivenza.

Non so se disse proprio feconda o seconda, visto che ne avevamo alle spalle una prima.

Ad ogni modo, prima o feconda che fosse, mi lasciò basito da solo, travolto dagli eventi e dalla batteria scarica.

O quella che credevo io fosse una batteria scarica. Perché anche questa volta, espletato il compito, la Lancia fece quello che devono fare le automobili. Camminò.

Due indizi non facevano ancora una prova, ma quelle visite non programmate mi diedero da pensare.

Mi appariva chiaro come la mia automobile facesse un po’ come la casa delle libertà, come cazzo gli pareva. Andava in luoghi a lei conosciuti, ma da me non richiesti.

Le mancava la parola, ma a modo suo stava dicendomi qualcosa.

Ci mancava solo questa, la macchina con l’anima.

Per la terza volta cercai di imboccare il tragitto corretto, stavolta senza digressioni mentali che favorivano la distrazione. Ma anche quella volta non ci fu verso.

In breve mi ritrovai per una selva oscura che la diritta via era smarrita.

Stavolta dal mio salumiere, giusto colui il quale avanzava una bella cifra in arretrati  alimentari. Voleva pagati da me gli alimenti senza nemmeno essersi concesso in senso biblico. E pure lì, dinnanzi al salumiere ingordo, identica pantomima. Motore spento, silenzio in sala, nessun segno di vita apparente.

Ma che cazzo vuoi da me, macchina maledetta? Mi porti a casa e ne parliamo con calma, magari davanti ad un paio di bicchieri di olio dei freni?

Rien a fare, dovevo saldare il conto con il salumiere e con la mia coscienza, ormai era chiaro.

Lo scenario era evidente. Chissà perché la Lancia Ipsilon aveva stabilito di dovermi fare chiudere le pendenze in corso. Entrai, mi prostrai, pagai il dovuto e tornai al veicolo bacchettone, con una punta di rabbia. Non che non avesse la sua parte di ragione, ma il fatto di dovermi fare comandare da un catorcio dagli ammortizzatori farlocchi, mi mandava al manicomio.

Ma poi cos’era tutto questo salire in cattedra? Ti sei dimenticata di quante ne abbiamo combinate insieme? Quando ho lasciato Monica di notte in una strada di campagna dopo un litigio furioso, mica hai azzerato la batteria, e ora che vuoi? È proprio tuta colpa mia?

Diavolo di una macchina, perché non torni ad occuparti di spie e testate?

Alla fine a casa ci arrivai, ma per i giorni successivi fu un continuo di percorsi decisi unilateralmente, a prescindere dalle mie volontà.

In una settimana andai a trovare mia nonna al cimitero dopo sette anni, alla posta a pagare le multe collezionate, mi portò perfino a casa dell’ex portiera dello stabile di casa mia, alla quale lasciai un cospicuo assegno, nel dubbio, remoto, che la sua figlia più piccola potesse essere sangue del mio sangue. Ma per la Lancia non ci fu spazio per alcuna discussione. Non mi aprì nemmeno la portiera finché non fu certa che avessi saldato l’altra portiera.

Fu un periodo duro, per la coscienza ripulita e per il conto in banca.

In compenso la mia Lancia Ipsilon brillava di luce propria. Sembrava nuova, si metteva in ordine da sola, voleva appena un ventino di euro alla settimana, e a volte nemmeno quelli.

Vivemmo in simbiosi, l’uno per l’altra. Lei sceglieva i miei amici, gestiva i miei appuntamenti, interferiva persino sul mio modo di vestire.

Come quando non volle portarmi al funerale del padre di un mio amico fino a che non mi misi  giacca e cravatta.

Poi un giorno mi lasciò, abbandonandomi senza un perché.

Nel parcheggio trovai solo la sua marmitta, l’unica cosa che volle lasciarmi di se.

Mi piace pensarla con un nuovo proprietario, intenta a migliorare anche lui, e, a poco a poco, questo mondo.

Ammortizzatori permettendo.

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La ribellione delle lettere

Scritto da: m.pomar il 2 Maggio 2010

Le lettere stavano tuletterette insieme, all’interno del sussididario.
Si creavano sempre piccoli gruppetti. La S la T e la R passavano un sacco di tempo insieme, a volte in strada, altre volte con soggetti strani, raramente con qualche stronzo. C’erano quelle che non si potevamo proprio vedere, tipo la T e la Zeta, che si erano allontanate dai tempi degli aztechi, e quando stavano insieme sembrava uno tzunami. Alcune si vedevano poco per altri motivi, come la T e la H, ma non disdegnavano di vedersi per un thè, o come la X, la più solitaria di tutte, e la E. Avevano anche avuto una relazione, più che altro di sex, adesso erano ex, e non con ottimi rapporti.
La L era una buon tempona, sempre lì a fare scherzi. Quando il P e la D si mettevano insieme, lei ci si metteva davanti e rovinava tutto, e finiva a festini, mignotte e cantanti napoletani. Un giorno, ad una manifestazione dell’Associazione Italiana Donatori Organi, L si mise davanti e rese tutto molto ripugnante.
Ma le liti tra loro erano frequenti. Ciascuna si sentiva migliore delle altre, indispensabile e unica. Al termine di una discussione la N minacciò di andarsene:
- “Seza di me o siete iete. Me e vado.
- Vai, pure – le rispose la R – Qui se c’è lettera di cui è impossibile fare sacrificio, quella è proprio la sottoscritta. Come vedi di te riesco cum semplicitatis a lasciarti stare, a costo di citare il vecchio idioma che si studiava a scuola col greco.
- Voi consonanti siete tutte uguali – disse la A – vediamo cosa riuscite a fare senza qualcuna di noi cinque. Somigliereste tutte a dei codici fiscali. E, modestamente, la più importante delle cinque sono io. Volete provare? Se vi lascio anche solo per cinque minuti, brancolate nel buio.
- Mo vottene. Ne obbiomo obbostonzo dei tuoi capricci – si inalberò la O. – Ti sostituisco io senzo problemi. Questo orrogonzo è diventoto insopportobile.
- Veremente se c’è quelcune che deve sestituire quelle cretine, sono io, scusete. – intervenne la E. – Sono enni che espetto questo momento.
- Mu finiscilu, non lo vedi che sembri Lino Bunfi? Sei ridicolu. Ulloru lu sostituisco io, che ho unu miu dignitù, unu personalitù e un’originalitù che voi munco vi sognute.
- Guardate, meglio che non mi sostituisca nessuno, spero vi siate rese conto della mia indispensabilità. – disse tornando la A.
- Ancora a litigare? Ma perché non ve ne andate tutte a quel paese? – fecero la V, la F, la N e la C, che spesso camminavano insieme insultando tutti.
- Intanto senza di me Malcom X non era nessuno. E manco Carlo Marx – gridò la X dal suo isolamento.
- Zitta tu, che da quando nessuno gioca più al totocalcio sei del tutto inutile. Ma perché non te ne vai coi numeri, almeno lì ogni tanto ti dicono a quanto corrispondi. Qui non vali un’acca!
- Sempre a prendere me come esempio, vero? – disse la H. – Eppure quando io ero in vacanza qui non si batteva chiodo. Le chiese non esistevano, non potevano nemmeno essere chiuse, tutt’al più ciuse, che non significa niente. L’acqua si era trasformata in due O, Elenio Errera non era più lo stesso. Sfottetemi pure, ma quando vi servo per chiamare qualcuno, io ci sono sempre! E anche per chiavare qualcuno, perdonate la volgarità.
- Senti questa, per tre cose che sa fare ce le rinfaccia sempre. – si inserì la K. – Anche io valgo molto, ormai gli adolescenti hanno capito chi è che veramente va valorizzata e usata come si deve. Ero stanca di rievocare soltanto il Kaiser, Karl Heinze Rumenigge e Kossiga. Tu, cara H, puoi pure andare in pensione, tra qualche anno non esisterai più. Anzi: tra QUALKE anno. Ke mi dici allora, eh?
- Si, ma le lingue vanno salvaguardate, non lasciate ai capricci e alla pigrizia degli adolescenti – disse la T – E ricordatevi che trentatré trentini entrarono a Trento tutti e trentatré trotterellando!
- Sai che utilità, la tua filastrocca del cazzo. – fecero due Z all’unisono. – Noi facciamo dormire le persone, e insieme siamo utilissime ad una sacco di cose.
- Per esempio? – chiese con malizia la S. – dov’è che io non potrei sostituirti egregiamente, visto che a Bologna lo faccio già?
- Davvero? Non mi sembra che tu e la tua omologa potreste asserare un contatore, assoppare un cavallo, creare uno sfondo assurro o assannare una preda!
- Mi dispiace ma su questo Z ha ragione, cara S. – fece la R – Io si che ho trovato un sostituto all’altezza. L’amica L è in glado di plendele il mio posto in divelse cilcostanze.
- Si, giusto per doppiare il canarino Titti. Se c’è qualcuno in gvado di pvendere il tuo posto con una cevta gvazia, sono sicuvamente io.

La discussione prese una piega spiacevole.
Vennero fuori antiche ruggini e vecchi rancori.
La U rinfacciò alla Q di non essere niente senza di lei, la doppia W si vantò di essere l’unica con un senso sia diritta che capovolta, la T obiettò che anche lei sottosopra risultava utilissima come appendiabiti. Le gutturali afferrarono per la gola le dentali, che risposero mordendo. Le labiali facevano le boccacce a tutte. Ci fu la rivolta dei peones, come la J e la Y, trattate malissimo solo perché ricordavano l’una i furti di Moggi con la Juve, l’altra un’automobile fuori produzione.
Il risultato fu un caos generale.
Tusse le leppere si rifellarono assa lopo consizione e pretero o fane di festa frofria.
Chy si impoffeffama derlo sgazio albrui, qui si llontnv senz frsi trovre .
Scrimene digenrò impleza intoccinnile, nepputa leffera si tronò giù ak sub pastu oriminalio.
Pet giugni e giugni scriffomi di amara rana bi trunarono a meppele su cafka splitti plivi di ergun signimirato logixo.
Gino a quampo a poko a poko la simuaxione tornù alla nommalità, con le brasi che riacquintavano il loro denso originatio, con le pamole somillianti semper più a lodo stexe.
Qualche scrittore in quei giorni difficili si tolse la fica, (smettetela F e C, adesso basta scherzi!) , ehm, la vita, ma per lo più si trattò di depressi cronici già sulla via del suicidio.
Da allora solo rari casi sono stati segnalati di lettere ribelli. Un giornalista sportivo coi capelli rossi, un politico ex magistrato, un rampollo di famiglia ricca con il vizio della cocaina.
Niente di preoccupante, pare.

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Lo psicanalista taccagno

Scritto da: m.pomar il 31 Marzo 2010

Il pr_1921175ofessor Ruggero Scozza Raimondi di Torresangallo era considerato un luminare di proporzioni mondiali. Nato a Viterbo e laureatosi col massimo dei voti in Medicina, Psicologia, Pedagogia, alla Bocconi, aveva totalizzato un numero di specializzazioni, master, onorificenze, lauree ad honorem, che non entravano nemmeno nel curriculum.
Parlava correttamente dieci lingue, girava il mondo invitato dalle università più prestigiose, purché fosse tutto rimborsato.
Si, perché il professor Ruggero Scozza Raimondi di Torresangallo, esimio psicanalista e psichiatra, aveva un unico piccolissimo difetto. Era tirchio come un pidocchio tirchio.
Guadagnava più di un capo mandamento, ma teneva d’occhio il centesimo, l’euro, la lira, il sesterzo, il dollaro australiano e tutte le altre monete con le quali veniva in contatto.
I pazienti facevano la fila per farsi curare da lui. Aveva guarito i pazzi più scriteriati, i maniaci più incorreggibili, gli psicotici senza apparente possibilità di redenzione, i fetenti più turpi. Criminali efferati dopo un mese di cure da Scozza Raimondi di Torresangallo, andavano a fare i volontari nelle case di riposo, espiando peccati e pulendo culi.
Richiesto da tutti i talk show di prima serata, andava dove gli offrivano il rimborso più alto, dove poteva scegliere gli altri ospiti, dove offrivano la cena più costosa, dove poteva ricostruire la psicologia delle personalità più efferate e violente, come il mostro mancino di Cecchignola, lo stupratore di suore di Fiumicino e il ministro Brunetta.
Però il suo piccolo difetto cresceva di giorno in giorno, fino ad oscurargli il luminoso viale della gloria. Si faceva pagare 100 euro per 50 minuti di terapia, ma, dal momento che non si fidava dei pazienti, pretendeva il pagamento ogni minuto. Veniva 2 euro al minuto, ma accadeva sovente che il malcapitato non avesse moneta spiccia, così ogni sessanta secondi il professore doveva incassare e dare il resto. E questo quando andava bene, altrimenti mandava il paziente dal posteggiatore abusivo della piazza per fargli scambiare i soldi sani, con evidente seccatura del posteggiatore, interrotto durante il suo lavoro.
Escogitò, in un crescendo di grifagneria, di farsi pagare a parole, sia in televisione che ai convegni che in tutte le altre consulenze. Pur di avere i suoi servigi, molti accettavano questa condizione capestro, col risultato di monologhi interminabili e noiosi del professore, il quale declamava il verbo della sua magniloquente professionalità dotato di un pallottoliere sul quale calcolava il numero esatto delle parole, congiunzioni e articoli inclusi. Non conteggiò soltanto gli apostrofi, gli accenti e la punteggiatura, solo per un rigurgito insufficiente di dignità.
Nella sua escalation verso l’odioso tentativo di arraffare l’arraffabile, fu lentamente accantonato dai media, stanchi dei suoi capricci e di contratti improbabili (voleva che gli venisse riconosciuta una clausola usura scarpe), e anche i pazienti smisero di attendere anni solo per un paio di costosissimi consigli, che pure non sortivano più effetti mirabolanti. Nell’immaginario collettivo prese in breve il suo posto il professor Baroni Della Vedova, un sociologo svizzero dall’aria rubizza e dalla barba saggia.
Scozza Raimondi di Torresangallo si ritirò a vita privata, e trascorse gli ultimi anni della sua vita al buio per risparmiare sull’energia elettrica nutrendosi per lo più di zanzare vive e surgelati in offerta speciale.
Morì relativamente giovane, per non sprecare altri anni.

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